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La Versione del venerdì. Kazakistan: le proteste del popolo soffocate dall’esercito di Mosca

Kazakistan: le proteste del popolo soffocate dall’esercito di Mosca

07 Gennaio 2022 - La Versione del Venerdì di Alessandro Banfi

 

Pugno di ferro del regime e soldati russi in Kazakistan per reprimere le proteste dei cittadini

 

Sono arrivate le truppe russe. I soldati di Mosca hanno invaso il Paese. Formalmente la richiesta è arrivata dal presidente del Kazakistan: Kassym-Jomart Tokayev, che ha chiesto l’aiuto di Mosca per reprimere le proteste della popolazione. Proteste scoppiate per il rincaro dei prezzi del gas. Dopo quattro giorni di disordini Tokayev ha respinto oggi ogni ipotesi di mediazione per mettere fine alle violenze nel Paese e ha promesso "l'eliminazione" di quelli che ha definito "i banditi armati" accusati di aver istigato le manifestazioni violente. Tokayev ha aggiunto di avere autorizzato la polizia ad aprire il fuoco "senza avvertimento".

Dopo l’arrivo dei militari russi nel Paese, il presidente del Kazakistan ha dichiarato anche che l'ordine costituzionale è stato "in larga parte ripristinato". In un discorso trasmesso dalla televisione pubblica, Tokayev ha ammesso di aver ordinato ai suoi militari "di sparare per uccidere" i manifestanti. Finora almeno 26 persone sono morte, centinaia sono rimaste ferite e più di 3mila sono state arrestate. È un tragico bilancio di fronte al quale il mondo resta sgomento. Ne ha fatto un cenno lo stesso Presidente kazako quando ha detto in tv:  "Ci sono stati dall'estero appelli alle parti a negoziare per una soluzione pacifica ai problemi. Che sciocchezza! Come si può negoziare con criminali e assassini?".

In effetti il mondo non può restare indifferente. Non può essere accettata l’idea di Vladimir Putin che le ex repubbliche sovietiche abbiano comunque una limitazione alla democrazia e alla libertà e rientrino in certo senso nel dominio russo, sul modello del vecchio dominio sovietico. È un rischio reale questo che si era manifestato nelle ultime settimane in modo preoccupante. Ne ha parlato in questi giorni, attraverso un’intervista collettiva ad otto giornali europei, la grande scrittrice bielorussa Svetlana Alekseievic, premio Nobel per la Letteratura e autrice dell’indimenticabile Preghiera per Chernobyl. Parlando del regime di Lukashenko che l’ha costretta in esilio a Berlino, la scrittrice ha anche ricordato la recentissima condanna russa di “Memorial”, la Ong fondata da Andrej Sacharov per ricordare le vittime del Gulag sovietico.

«Negli anni Novanta scendemmo in piazza chiedendo la libertà, abbattemmo il monumento a Felix Dzerzhinsky (il fondatore della Ceka, la polizia politica sovietica), ma poi divenne evidente che quelle erano solo parole e ora, trent' anni dopo, si aprono musei dedicati a Stalin, si sostiene che l'abbattimento di Dzerzhinsky fu illegale e si vuole proibire l'associazione per i diritti umani Memorial. Questo significa che la democrazia sta andando indietro». È il ritorno dell’homo sovieticus, il pericoloso boomerang di un sistema che non vuole passare.

Ci sentiamo tutti un po’ kazaki in queste ore. Coinvolti da questa manifestazione popolare di libertà e autodeterminazione soffocata da una violentissima e spietata repressione poliziesca e militare, con l’appoggio decisivo dell’esercito russo e l’appoggio politico di Putin.  Il mondo sembra tornare “indietro”, come dice la Alekseievic. Dopo lo choc di quest’ anno dei profughi lasciati morire al confine fra Polonia e Bielorussia, oggi l’esercito russo in Kazakistan. L’Occidente libero, costituito dagli Usa e dall’Europa, dovrebbe reagire.

Se non ora, quando?